Borgo Campidoglio Fascista: le leggi razziali

 

Le leggi razziali furono emanate nel 1938: esattamente il 14 luglio con la pubblicazione del famoso “Manifesto del razzismo italiano” poi trasformato in decreto, il 15 novembre dello stesso anno, con tanto di firma di Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia e imperatore d’Etiopia “per grazia di Dio e per volontà della nazione” .

Le leggi razziali fasciste sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari, ecc.) applicati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana.

Esse furono rivolte prevalentemente – ma non solo – contro le persone di religione ebraica. Furono lette per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Benito Mussolini, dal balcone del Municipio in occasione della sua visita alla città. Furono abrogate con i regi decreti-legge nn. 25 e 26 del 20 gennaio 1944, emessi durante il Regno del Sud.

Per individuare quale parte della popolazione italiana che doveva essere assoggettata alla ormai imminente normativa persecutoria, nell’estate del 1938 venne effettuata un’accurata rilevazione degli ebrei italiani e stranieri residenti nel Regno d’Italia.

Gli ebrei «effettivi» erano suddivisi in 37.241 italiani e 9.415 stranieri e le comunità più popolose erano quelle di Roma (circa un quarto dell’intera popolazione ebraica), Milano, Trieste e Torino; tutti gli altri nuclei cittadini ebraici erano inferiori alle tremila persone.

Il ghetto ebraico torinese, il cui centro principale risale al 1679, è una porzione di città compresa nei quattro angoli delle vie Maria Vittoria, Bogino, Principe Amedeo e San Francesco da Paola. L’isolato è definito da due blocchi residenziali che si affacciano su un cortile interno, costellato di ballatoi che si snodano sui quattro lati. Esigenze di ampliamento imposte nel corso del ‘700, quando la Comunità torinese raggiunge 1.300 persone circa, determinano la costruzione del  ghetto nuovo, di fronte a quello storico, tra le vie San Francesco da Paola, Des Ambrois e piazza Carlo Emanuele II. Qui si insediano all’incirca 300 persone. Molto più densi rispetto agli altri negli isolati contigui, gli edifici del ghetto si distinguono nelle loro facciate: a parità di altezza con le case limitrofe, sono sovrapposti 4 piani più un ammezzato; cancelli in ferro battuto chiudono gli accessi ai cortili, con serrature apribili soltanto dall’esterno. Al loro interno sono collocate tutte le principali attività necessarie alla comunità. Gli abitanti del ghetto sono perlopiù piccoli commercianti e artigiani, famiglie meno abbienti. Nel momento in cui le persecuzioni razziali fasciste stanno per iniziare, le mura del vecchio ghetto diventano per gli ebrei torinesi un forte centro simbolico al quale si accede attraverso un cancello, situato in via Maria Vittoria e visibile ancora oggi.
Nel 1938, come in parte ancora oggi, piazza Carlo Emanuele II è occupata dai banconi del mercato. Attorno alla piazza abitano nuclei famigliari appartenenti a ceti sociali più  bassi rispetto ai correligionari che erano andati ad abitare in altri quartieri della città.
Il luogo, all’apparenza sicuro, lo diventa un po’ meno quando la caserma Bergia, con sede in piazza Carlina, diventa il comando della Guardia Repubblicana.
Dal 1938, con l’intensificarsi delle persecuzioni, la comunità si sposta in prossimità della Sinagoga, nel ghetto nuovo, nel quartiere San Salvario.

Secondo i dati forniti dall’Annuario Statistico del Comune di Torino (1938), nella Sez. IX (Vanchiglia) e Sez. X (Valentino) risiedevano rispettivamente 253 e 276 ebrei, poco meno della metà di una popolazione complessivamente censita in quell’anno per un insieme di 1414 individui.
La città delle leggi razziali è una città frazionata in diverse realtà: la città del benessere, di chi ormai abita sui lunghi viali e alla Crocetta (o nelle ville della collina) e la città dei piccoli commercianti, degli artigiani che dal vecchio epicentro di piazza Carlina non si erano mai allontanati, per carenza di mezzi economici, ma anche per fedeltà a se stessi e alla propria storia.
Fatalmente, dopo l’autunno del 1938, spinti dall’incalzare degli eventi le due città si protendono verso la zona adiacente alla Sinagoga, dove gli incontri per creare ex novo la scuola e discutere la serie incalzante di provvedimenti che riguardano i cittadini “di razza ebraica”, s’intensificano.
Novant’anni esatti dai decreti di emancipazione e dallo Statuto avevano distribuito gli ebrei torinesi in tutta la città, tuttavia le vie limitrofe a Piazza Carlina costituivano ancora per le famiglie meno abbienti il guscio da cui era doloroso allontanarsi. Qui sorgeva il vecchio ghetto, qui erano (e sono) visibili i cancelli in ferro battuto che lo delimitavano, qui perdurava il ricordo del cibo saporito e fedele alle norme rituali servito fino alla fine del secolo scorso dalla trattoria “Ghetto Vecchio”, gestita da un personaggio leggendario come Aron Bachi.
Dopo il 1938, il nuovo centro diventa il reticolo delle vie limitrofe alla via San Pio V: via Galliari, via Sant’Anselmo, via Goito, via Berthollet, via Bidone (con due non trascurabili appendici, agli estremi topografici e anagrafici: via Orto Botanico, 13 sede dell’orfanotrofio e piazza Santa Giulia, 12 sede dell’ospizio per gli anziani). L’effetto ultimo delle nuove interdizioni fasciste è dunque l’istituzione di un Ghetto Nuovo, intorno al quale gli edifici per i bambini e gli anziani ruotano come due satelliti.
Il quinquennio che separa l’inizio della legislazione razziale e l’avvio delle retate e degli arresti va studiato nelle diverse tappe ma è visibilmente segnato da un “prima” e da un “dopo”: il bombardamento del 21 novembre 1942, che rase praticamente al suolo la Sinagoga. Segnali allarmanti della tragedia incombente si erano avuti anche prima, con l’arrivo di profughi ebrei dalla Germania, ospitati negli stessi edifici di via Sant’Anselmo e con le sinistre avvisaglie di una campagna antisemita che, in città, aveva assunto toni preoccupanti soprattutto a partire dall’autunno 1941 (attentato al portone della Sinagoga, affissione di lugubri manifesti inneggianti all’odio antiebraico). Erano avvertimenti, prove generali del tentativo operato dal nazifascismo di fare di Torino una “città senza ebrei”.
Nulla tuttavia segnò la biografia di giovani e meno giovani come il vedere crollare in frantumi l’architettura vagamente esotizzante della grande Sinagoga, con le sue quattro cupole a tegole d’ardesia, squame di pesce e antenne d’oro. Le bombe che distrussero la Sinagoga sono il segnale che chiude sempre più ermeticamente ogni rapporto con il mondo esterno.

Gli ebrei torinesi erano vissuti tranquillamente sotto il fascismo, cittadini come gli altri, talora abbienti e non di rado iscritti al Partito, ma furono sufficienti poche ore per mutare definitivamente e drammaticamente tutto.

L’arrivo dei profughi ebrei dalla Germania fu motivo di preoccupazione, e a partire dall’autunno 1941 in città iniziò una sorta di campagna antisemita (attentato al portone della Sinagoga, affissione manifesti inneggianti all’odio antiebraico).
La deportazione a Torino ebbe inizio il 13 gennaio 1944, quando cinquanta deportati furono caricati su di un carro bestiame diretto a Mauthausen. A partire da quel giorno, da Porta Nuova partirono centinaia di deportati (uomini, donne, bambini), alla volta dei campi di transito o dei Lager nazisti. I condannati venivano radunati all’alba dentro il carcere delle Nuove e trasferiti in stazione alle prime luci del mattino.

 Due storie del Borgo

La famiglia Lolli

Enzo Lolli, figlio di Camillo e Bice Jona e fratello di Corrado, Giuseppina e Ferruccio, nacque il 24 febbraio 1894 a Chiari (BS). Trasferitosi a Torino, si sposò con Emma Ester Treves da cui ebbe due figlie, Nedelia e Elda. Abitava con la famiglia in via Giacinto Collegno 45 a Torino.

Di formazione ingegnere idraulico, fu anche scrittore e filosofo (pubblicò il libro Il mondo come induzione neurica nel 1936). In seguito all’emanazione delle leggi razziali nell’autunno del 1938, la famiglia meditò di fuggire dall’abitazione, ma fu l’annuncio dell’entrata in guerra (10 giugno 1940), a spingerli a trovare rifugio nello sfollamento a Mezzenile, nelle Valli di Lanzo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Enzo decise di separare la famiglia nella speranza di salvare i suoi cari. La moglie e la figlia più grande vennero assunte come governanti e bambinaie, mentre Nedelia, di soli 13 anni, venne accolta a Salice d’Ulzio da amici di famiglia, Dalmiro e Verbena Costa, e successivamente dalle suore del Buon Pastore di Villa Angelica a Torino, dove già si nascondevano due sue cugine.

Enzo trovò rifugio nell’ufficio torinese dell’amico Dalmiro Costa, dove custodiva anche denaro e gioielli. Il 6 giugno 1944 fu arrestato da due fascisti o nazisti con suo fratello Corrado. Una volta arrestato, Corrado si era ingenuamente fidato della promessa di libertà dietro pagamento e portò i due carcerieri al nascondiglio del fratello Enzo, che fu a sua volta arrestato. Ambedue i fratelli Lolli furono portati alla Carceri Nuove di Torino e poi alle carceri di Milano. Dopo alcuni mesi, furono deportati ad Auschwitz su un treno partito il 2 agosto 1944 da Verona, insieme ad altri deportati di varia provenienza.

Il convoglio arrivò ad Auschwitz il 6 agosto: Corrado e suo fratello Enzo furono uccisi all’arrivo.

L’ultima residenza conosciuta era in Corso Tassoni 33.

 

 

Nedelia Tedeschi Lolli è una amabilissima bisnonna di due bisnipoti con il terzo in arrivo. È una poetessa (Non voltarti mai indietro, Lorenzo Editore, Torino 2008), una scrittrice (A domanda rispondo, 36 domande sull’ ebraismo e relative risposte, La Giuntina, Firenze 1996) maestra elementare per quarant’ anni, ha diretto un giornale per ragazzi e aiutato infermi psichici appena diplomata. Un’ esistenza ricca e intensa, resa ancora più speciale dal coraggio di chi l’ ha salvatae protetta, pura rischio della propria vita. Nedelia aveva appena nove anni quando nel 1938 il governo fascista promulgò le prime leggi razziali per escludere gli italiani ebrei dalla vita pubblica, a partire dalla scuola: «Era settembre e io mi preparavo ad andare in quarta, quando la maestra e il direttore diedero la brutta notizia alla mia famiglia. Grazie ai miei genitori, non fu un vero trauma. Mi hanno sempre protetta, addolcendo quel mondo che per noi sarebbe diventato crudele». Conosciamo la storia e sappiamo che la vita di Nedelia non sarebbe più stata la stessa, i divieti per gli ebrei aumentarono e la famiglia meditò la fuga: «Due miei zii erano già scappati in Colombia. Decidemmo di raggiungerli e la casa si riempì di bauli camuffati da arredo: non fu facile chiuderci le nostre vite dentro, accettare l’ idea di abbandonare tutto per chissà quanto tempo. La partenza era prevista il 21 giugno 1940, ma le cose andarono diversamente». Il 10 giugno 1940, dal balcone di Piazza Venezia a Roma, Mussolini tuonò il suo annuncio. Era la guerra. Quando iniziano i bombardamenti, la famiglia Lolli si rifugiò a Mezzenile, piccolo centro nelle Valli di Lanzo: «Potrà sembrare incredibile ma ricordo quel periodo con piacere. Non eravamo gli unici a dover abbandonare la città, la guerra c’ era per tutti. E poi la vita in campagna mi piaceva, ho imparato a coltivare l’ orto e portavo avanti i miei studi a casa. Mio padre Enzo andava e veniva da Torino, era sempre affettuoso e attento. Ricordo ancora il libro di fantascienza che mi regalò: conosceva bene le mie passioni. E il cagnolino che mi portò per darmi ancora una parvenza di normalità. Fu un periodo sereno, l’ ultimo in cui fummo tutti uniti». La firma dell’ armistizio a Cassibile (comunemente citato come “8 settembre”) scatena la rappresaglia nazista: il Centro Nord vive l’ occupazione, la guerra civile e anche in Italia ha inizio il rastrellamento, la deportazione e lo sterminio degli ebrei. «Mio padre decise di separarci: una famiglia intera avrebbe dato nell’ occhio. Così, rispondendo a un annuncio, mia madre Emma e mia sorella Elda furono assunte come governante e bambinaia. Erano le uniche professioni in cui non si dovevano mostrare i documenti e bastavano le referenze. In quel modo si risolveva anche il problema del cibo: alle famiglie in cui prestarono servizio non mancava niente. Tranne forse la consapevolezza di avere assunto due donne ebree». A tredici anni Nedelia era troppo giovane per lavorare, ma un amico di suo padre si offrì senza esitazione ad accoglierla nella sua casa di Sauze d’ Oulx «o Salice d’ Ulzio, come si chiamava allora in “puro italiano”». Nedelia fu ospite durante l’ inverno 1943-44 di Dalmiro e Verbena Costa: «Per non destare sospetti dissero in giro che mi avevano assunta per insegnare le buone maniere e accompagnare a sciare i figli Marcello di 3 anni e Giorgio di 7. Fui accolta con grande affetto e soprattutto coraggio: chi nascondeva ebrei rischiava la vita». I Costa non si tirarono indietro nemmeno quando il figlio maggiore di Dalmiro (avuto da una relazione precedente) si unì ai partigiani: «Però mio padre non volle che corressero ulteriori rischi e mi portò via». Nadelia fu così accolta dalle suore del Buon Pastore di Villa Angelica, un istituto per ragazze nella collina torinese, chiamato a quei tempi “di correzione”, dove già si nascondevano due sue cugine. «Anche noi dovevamo rispettare le regole dell’ istituto: mangiavamo tutte insieme in un vasto salone, ricordo ancora la polentina morbidissima della colazione e un riso troppo cresciuto servito a pranzo. Si lavorava tutto il giorno, cucito e ricamo per le “signore bene” che preparavano il corredo alle figlie. Devo molto a queste suore che con semplicità e senza nessun tipo di pressione mi hanno fatto vivere in serenità la fine della guerra fino alla Liberazione. Devo ringraziare loro e la famiglia Costa che mi hanno salvata dalla tragedia vissuta da tanti miei corregionali». Purtroppo però il papà di Nedelia non ha la stessa sorte: «Veniva a trovarmi tutte le settimane “il giorno del ricevimento”. Ma un giorno mancò l’ appuntamento, e così le settimane successive. Non avevo modo di sapere cosa fosse successo. Finché vidi arrivare mia sorella che mi disse che “l’ avevano preso”. Mi servì molto tempo per capire di cosa stesse parlando». Finita la guerra Nedelia torna a vivere con la mamma e la sorella nella loro casa di via Giacinto Collegno 45. Di cosa fosse accaduto ai deportati non si sapeva niente, finché non iniziaronoa tornare: «Arrivavanoa Porta Nuova. Mamma ci andava ogni giorno con la fotografia di papà e con la speranza di trovare qualcuno che l’ avesse conosciuto. Finché il suo volto fu riconosciuto e sapemmo della sua deportazione ad Auschwitz, dove morì nelle camere a gas il giorno stesso del suo arrivo». Enzo Lolli fu catturato da due fascisti. Ne scoprirono il nascondiglio per un’ ingenuità del fratello che credette alla loro promessa di libertà dietro il pagamento di un riscatto. Lui non aveva soldi con sé, ma sapeva che ce ne sarebbero stati nel nascondiglio di Enzo. Non fu facile ricostruire i fatti. Subito dopo la guerra nessuno voleva sentire parlare dell’ orrore appena vissuto: «La città si riempì di sale da ballo, ci si voleva solo divertire. I sopravvissuti non venivano credutie smisero di parlare. Come si poteva accettare quella disperazione?». Ci vollero anni prima che iniziasse l’ elaborazione: «Ora è il tempo di ricordare chi ci ha protetti,i Giusti tra Nazioni: tutti gli eroi che hanno rischiato la propria vita per salvare la nostra». Il Giorno della Memoria è dedicato anche a loro, alle loro famiglie: «Oltre il ricordo della Shoah non dobbiamo però smettere di condannare il razzismo, verso qualsiasi razza o minoranza, non solo verso gli ebrei. È l’ idea stessa di discriminazione che deve scomparire». Sono numerose le iniziativea Torino e in tutto il Piemonte per celebrare il Giorno della Memoria. Il programma completo è disponibile su http://www.comune.torino.it, http://www.torinoebraica.it

in foto: Nedelia Tedeschi a Sauze D’oulx con i fratelli Costa

nedelia

La famiglia Avigdor

La Avigdor è stata fondata nel 1833, da una famiglia di ebrei imprenditori del tessile, è stata fornitrice ufficiale degli arredi dei palazzi e delle regge di Casa Savoia. E’ l’ azienda di tessuti per arredamento più antica d’ Italia.

pubblicità avigdor  v.S.F.-D'Assisi2B

AVIGDOR MIRANDA nata a Torino il 12.06.1914, figlia di Federico e Calabi Pia. Ultima residenza nota: Torino. Arrestata a Torino nel mese di giugno 1944 da tedeschi. Detenuta a Torino carcere, Milano carcere. Deportata da Verona il 02.08.1944 ad Auschwitz. Liberata ad Auschwitz il 27.01.1945. Convoglio 33T.

Federico Avigdor, figlio di Tranquillo Avigdor e Consolina Todros è nato in Italia a Torino il 6 marzo 1875. Coniugato con Pia Calabi. Arrestato a Torino (Torino). Deportato nel campo di sterminio di Auschwitz.  Non è sopravvissuto alla Shoah.

Il 15 luglio del 1944 nella casa di Corso Francia c’è il padre Federico, uno dei fratelli Avigdor della nota ditta di tappeti, e la madre Pia: sono appena tornati dalle Nuove dove i Fascisti li hanno rinchiusi per un mese. Le S.S. entrano con le armi spianate,  li prendono e li traducono in carri bestiame ad Auschwitz , dove Miranda farà da cavia agli esperimenti di Menghele, mentre i genitori finiscono all’arrivo nella camera a gas. Non ha ancora 30 anni.

Il 13 dicembre 1967 abita al quinto piano di Corso Rivoli 199. Rifiuta di andare a vivere con la sorella in Via Locana 10, non vuole vedere nessuno, da anni è in cura presso una clinica; ha 53 anni, è sola, potrebbe anche uccidersi, informano i medici della Clinica “Salute” di Trofarello, alterna momenti di lucidità a lunghi discorsi allucinati quando interviene la Croce Verde e i Vigili del Fuoco. Non può vederli, odia le divise: rivive quel 15 luglio del 1944. Ritorna in clinica, ma nulla potrà più guarirla.

 

rec013

Sitografia

Fai clic per accedere a 429_LE%20LEGGI%20RAZZIALI.pdf

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-12146627.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Leggi_razziali_fasciste

http://www.morasha.it/tesi/clmb/clmb02.html

http://www.museotorino.it/view/s/9eca6dbc69214bf98ee0056ea6d7da38

http://www.lastampa.it/2014/01/17/cronaca/costume/un-tour-a-piedi-per-scoprire-laffascinante-torino-del-ghetto-fh1dWA8o67beC49tGkOVzO/pagina.html

http://www.istoreto.it/torino38-45/razziali.htm

http://www.jstor.org/stable/41284151?seq=1#fndtn-page_scan_tab_contents

http://www.museotorino.it/view/s/d347f6b6a8b14fef97285866d452c016

http://pietre.museodiffusotorino.it/

Fai clic per accedere a to_pietre.pdf

http://www.nomidellashoah.it/1scheda.asp?nome=Corrado&cognome=Lolli&id=4866#

http://www.nomidellashoah.it/1scheda.asp?nome=Enzo&cognome=Lolli&id=4867#

http://www.liceoberti.gov.it/attivita/2-non-categorizzato/376-pietre-d-inciampo.html

https://pdchiari.wordpress.com/2015/01/27/enzo-lolli-da-chiari-ad-auschwitz-giornodellamemoria/

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/01/27/io-ebrea-salvata-dalle-suore.html

http://www.avigdor.it/

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/10/la-storia-dell-arte-attraverso-tessuti.html

http://www.lastampa.it/2015/05/09/cronaca/i-tessuti-torinesi-perdono-il-loro-scrigno-dopo-anni-avigdor-diventa-indiana-T6dY30Si1r4UQPZaFZWiqL/pagina.html

http://www.elisabettachiccovitzizzai.it/recensione013.php

http://www.cherasco1796.org/radici_ebraiche.asp

Fai clic per accedere a 26.compressed.pdf

Fai clic per accedere a ID169I.pdf

http://www.archivioterracini.it/archivio/subj_dett.php?pk=620

Fai clic per accedere a italiani_insieme_agli_altri.pdf

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...