Torino 1946: il Carnevale e la “Settimana Commerciale”

1946

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torino carnevale in via po 1946 febbraio 1946

1947

“Dumie n’andi”  (diamoci una mossa) era il motto gridato da Gianduja al carnevale 1947 di Torino: uno slogan per la rinascita del paese, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Capeggiava all’ingresso del padiglione della fiera dei vini che  era all’interno della attuale biblioteca nazionale (ex palazzo delle scuderie).

Tradizionalmente, la Fiera dei Vini si teneva in piazza Carlo Alberto; prima dell’ultima guerra, occupava tutta la piazza (il traffico veniva bloccato e le linee tranviarie che passavano per la piazza deviate). Dal dopoguerra, si tenne all’interno del Palazzo delle Scuderie fino al 1960, sgombrato dalle macerie lasciate dai bombardamenti: dal 1961, iniziando i lavori per la costruzione della Biblioteca nazionale, venne spostata in via Verdi 32, ex sede del Consiglio di Leva. Dagli anni 1980 si trasferì con le giostre di piazza Vittorio al Parco della Pellerina.

Il “Caval d’bruns” era un giornale satirico torinese fondato da Enrico Gianeri, in arte GEC, famoso giornalista e vignettista, e poi portavoce della Famija Turineisa.  Gianduja, spesso con troppa faciloneria, viene indicato come la maschera amante del buon bere, del buon mangiare e della buona compagnia. In realta, considerando il periodo storico (primi dell’800) e la difficoltà con cui, informazione e satira potevano diffondersi, il burattino di Gianduja, creato dalla mente fertile di Giovanni Battista Sales e Gioacchino Bellone (di Racconigi) con la sua satira e ironia, era uno dei migliori veicoli per il nascente Risorgimento Italiano. Non a caso, fin dall’inizio, sul tricorno di Gianduja, c’è la coccarda tricolore. Con le sue parodie, la maschera piemontese stimolava spesso il parlamento Subalpino, prendendo in giro ora Cavour, Mazzini o D’Azeglio  I politici erano molto attenti al malcontento di Gianduja, che spesso rispecchiava quello del popolo. Questo era Gianduja allora, non solo una semplice maschera allegorica.

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Ci sono varie versioni sull’origine del nome e del personaggio Gianduja. Per alcuni il suo nome potrebbe derivare dalla contrazione di “Giôan d’la duja”. “Duja”, in piemontese, significa doga, boccale. Oppure ancora potrebbe significare, dal francese, “Jean-andouille” e cioè Giovanni salsiccia. Anche sulla storia della nascita di Gianduja esistono più versioni anche se sembra che la più diffusa sia la seguente  “Gianduia nasce ad opera di un burattinaio che a fine Millesettecento  ebbe un buon successo con il suo burattino chiamato Gironi cioè Girolamo. Poi al burattinaio fu consigliato di cambiare nome al suo personaggio. Quindi il padre di Gianduja scoprì a Callinetto, nell’astigiano, un contadino simpatico, arguto e furbo di nome Gioan d‘la douja perché nelle osterie chiedeva sempre un boccale di vino. Gioan vestiva una lunga giacca marrone bordata di rosso, portava in testa un cappello a tre punte, il tricorno, e aveva un codino girato all‘insù legato con un bel nastrino rosso”.

Gianduja pare essere comunque una maschera legata in modo profondo al popolo soprattutto per quanto riguarda aspetti politici e orientamenti storici, di costume e di satira. Basti pensare che il Gianduja la faceva da padrone in frequenti vignette ospitati sui giornali satirici che nacquero a Torino come “Il Fischietto”, nato il 2 novembre 1848, che fu poi sostituito da “Il Pasquino” del 1856. La stessa enciclopedia Treccani a proposito scrive “Durante il Risorgimento mutò in parte il suo carattere e divenne simbolo della fermezza del popolo piemontese. Come marionetta ebbe anche un suo teatro, il d’Angennes di Torino”.

Il Carnevale a Torino

“Andiamo in piazza Vittorio?” era la domanda che da piccoli si cominciava a fare, appena si sentiva in giro aria di Carnevale: e la visita alle giostre in piazza era di prammatica. Più grandicelli, si andava da soli, magari, per chi frequentava scuole lì vicino, all’uscita da scuola.
Peccato sia tutto finito per un banale incidente nel 1977: da una ruota panoramica una vettura si staccò e precipitò a terra; delle tre bambine che si trovavano a bordo, una morì dopo una breve agonia, le altre tre rimasero ferite piuttosto gravemente.  Fu il pretesto per dichiarare che nella piazza le giostre non erano sicure, oltretutto ostacolavano il traffico, creavano ingorghi, ecc., e le giostre dall’anno successivo finirono alla Pellerina, al Parco Carrara; pure bello, ma non è più la stessa cosa, come quando in piazza Vittorio dall’ottovolante e dalle ruote panoramiche ci si innalzava fino al secondo piano dei palazzi, con vista sulla piazza, sul Po.

Sitografia:

https://labottegadelciabattino.wordpress.com/2015/02/19/dumie-nandi/

http://www.torinonightlife.com/it/posts/455/al-carnevale-di-torino-quasi-ogni-scherzo-vale

http://www.famijaturineisa.com/index.php?method=section&id=26&title=Storia_di_Gianduja

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